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venerdì 12 novembre 2021

di PAOLO RADI 

 

 


 

 

 

 

 

 

CONVERSANDO DI CALCIO CON…

     

 

 

 

NICOLA

PERAGINE  

 

 

 

 


 

 

 

Nicola Peragine nato a Matera, classe 1960, ha giocato in serie B in diverse squadre, noi lo abbiamo intervistato e così ci si presenta.


“Mi chiamo Nicola Peragine, sono nato a Matera nel 1960, ho fatto la trafila nel settore giovanile del Matera Calcio, per poi passare a 18 anni nella Primavera del Torino.


In serie B ho militato nel: Matera, Ternana, Aquila, La Spezia e Livorno. A fine carriera ho fatto una breve esperienza in Nuova Zelanda. A Coverciano ho preso il patentino di Uefa A, a Coverciano ho allenato il settore Dilettanti e quello Giovanile.

Sono stato osservatore per il Chievo per 8 anni. Attualmente ho una scuola calcio a Napoli (sono 6 anni) e mi dedico a dei progetti sul sociale nei quartieri più a rischio di Napoli. Priorità nella mia vita oggi: il Signore Gesù, il Vangelo e per servire il signore faccio parte di una Comunità di Pozzuoli.”













 

 

Come prima domanda le voglio fare questa: lei ha concluso la carriera giocando in Nuova Zelanda, che tipo di esperienza è stata e in che modo è arrivato a giocare in quella nazione?

 

 Ho terminato la mia carriera giocando in New Zeland  per  poco tempo, solo 4 partite in Prima Divisione con il Mount Monganui, era un mio sfizio giocare all'estero  e visto che ero in procinto a 25 anni di trasferirmi in Australia a giocare, un mio amico conterraneo di Matera mi ha invitato in questa terra così lontana per trascorrere le vacanze e sono finito su un campo di calcio. 

 


Il Covid ha stravolto le nostre vite, come ha vissuto questo lungo momento di pausa? Riusciva ad allenarsi quotidianamente?

 

il periodo Covid l'ho trascorso nella quasi normalità, sono assistente ai malati domiciliari quindi ho lavorato e mi  allenavo   da solo nel mio quartiere.


Quando ha scoperto che il calcio sarebbe diventato la sua più grande passione?

 

La passione del calcio l’ ho avuta da sempre, rimanevo a  giocare nel mio quartiere 5/6 ore e, le scarpette  da calcio di comprate da mio padre furono una sorta di iniziazione.



I suoi genitori hanno cercato di assecondarla, oppure le hanno detto la classica frase: “...non sarebbe meglio che pensassi allo studio?”

 

I miei genitori mi hanno assecondato ed invogliato a proseguire, totale fiducia in me, nonostante avessi vinto un concorso in Finanza a 17 anni.

 









Lei ha 18 anni si trasferisce a Torino, che tipo di esperienza è stata, inoltre, ha sentito la lontananza di casa?

 

Al Torino Calcio a 18 anni ero raggiante, nel mio intimo ero timoroso per  non deludere famigliari ed amici che credevano in me, poi sono riuscito a mostrare il mio talento a quei livelli, sempre  consapevole  delle mie qualità. Mai sofferta lontananza da casa io volevo giocare al calcio e basta.

 


Ha raggiunto la serie B che cosa si prova quando si raggiunge una vetta così ambita? 

 

Giocare in B a 18 anni nella mia città - prima volta nella storia- mi ha riempito di orgoglio, da rattaccapalle ai bordi del campo a giocare con i miei idoli della mia squadra del cuore. E poi grande soddisfazione per una  chiamata Nazionale Under 21.

 


Tanti giovani mi hanno detto: “Se avessi avuto le giuste conoscenze, se il mio procuratore mi avesse fatto partecipare a quel provino, se…se…” tanti se, secondo lei quanto c’è di vero nell’avere una giusta conoscenza, oppure quello che conta è solo il talento?

 

La conoscenza nel calcio ai miei tempi contava poco, non ho fatto mai provini, ma sono stato selezionato quando giocavo normalmente.  Comunque, oggi ci sono molte opportunità che vanno colte, ma molti "sciacalli" che potrebbero impedire delle possibilità. Il talento comunque emerge sempre.











Perché tutti provano a diventare calciatori? Che cosa gli attira, più la fama o i soldi? 

 

Mi piacerebbe  pensare  che li attiri la passione  e che li trascini in modo viscerale per  questo sport, chi guarda ai soldi e alla celebrità farà senz'altro di meno del suo proprio talento.

 


Qual è il suo goal che ricorda ancora con maggior piacere? 

 

Direi i goal per il significato che hanno avuto. Negli Allievi in un derby Matera - Potenza finale regionale rovesciata all'incrocio dei pali; l’altro a Torino- Atalanta Primavera, di esterno sinistro al palo opposto a parabola; in un derby toscano Livorno -Pontedera al volo sinistro da fuori area sotto la traversa che ci garantiva la salvezza. Pochi i gol realizzati, ma belli.





 






Il suo più grande difetto e il suo più grande pregio (calcisticamente parlando)?

 

Pregi e difetti da calciatore, semplice il pregio il sinistro il difetto il destro per la frizione!

 

Un giocatore che lei ammira tantissimo? 

 

I calciatori che ammiro sono più che altro le bandiere, mi limito ai calciatori italiani, i vari Antognoni, Baresi, Del Piero, Baggio, Totti e altri.

 

Lei ha giocato in diversi club, qual è la squadra in sui si è trovato meglio?


Ho sempre onorato la maglia e  spero  di aver lasciato un ottimo ricordo tant'è che ho rapporti con i calciatori ex, tifosi e club delle varie squadre che ho militato; ma alla Ternana  sono molto legato è quella dove ho militato per 5 anni;  è un gradino sopra le altre.

 










Per 8 anni è stato osservatore, se così ho ben capito per il Chievo, la qualità principale che deve avere un buon osservatore? 


Sì per 8 anni sono stato osservatore del Chievo Verona, esperienza professionale unica al fianco del Direttore amico Giovanni Sartori, le qualità sono non solo le intuizioni ma bisogna valutare da allenatore la tecnica, e le sue capacità fisiche, psicologiche,   inoltre un calciatore va  valutato a 360 gradi compresa la moralità.

 


La sua è una carriera di successi, in questo momento lei vive a Napoli, ha una scuola calcio e si occupa del sociale nelle zone più a rischio della città, come mai questa scelta? 

Avrà conosciuto tantissimi giocatori, e allenatori, qual è il giocatore che l’ha maggiormente colpita, e, ovviamente, qual è l’allenatore che le ha insegnato molto

 


E’ stata una scelta di vita lavorare per le scuole calcio nonostante sia abilitato da allenatore Uefa A, ho scelto scuole calcio nel sociale in quartieri a rischio, la intendo come missione. 


Cerco di educarli   alla legalità per farli diventare persone migliori. Il calciatore più forte per me è Maradona genio completo nel calcio, posso testimoniarlo visto che ci ho giocato contro ed a tratti "accompagnato alle sue magie" visto che era impossibile marcarlo. Mentre l'allenatore che mi ha destato più impressione ed è stato importante per  la mia carriera sono stati più di uno:  Di Benedetto, Matera serie B, egli mi fece debuttare, Vatta e Rabitti a Torino e Viciani alla Ternana. A tutti costoro sono grato.

 












Un consiglio che darebbe a un giovane che volesse intraprendere questo sport, per arrivare in alto, è ovvio?

 

Consiglio ai giovani di: divertirsi, divertirsi e divertirsi che prima o poi l'occasione capita a tutti, e farsi trovare pronti.

 


Ultima domanda: un sogno che vorrebbe che si realizzasse nell’immediato? 

 

ll mio sogno visto che ho  fede in Gesù Cristo è nella Salvezza Eterna nel suo nome e quindi credo, di vivere nell’eternità con i miei cari famigliari  ed i fratelli e sorelle in Cristo.

  

 

 

 

 

 

 13    11     2021 

 

(Tutti i diritti riservati)  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

sabato 6 novembre 2021

di PAOLO RADI 

 

 

 


 

 

 

 

 

CONVERSANDO DI CALCIO CON…

     

 

 

 

MANUEL

GOBBI 

 

 

 

 

 

Manuel Gobbi giocatore e ora allenatore di Pavullo nel Frignano (Modena) così ci si presenta:




“Mi chiamo Manuel, ho 27 anni e sono nato a Modena ma cresciuto in un paese in provincia ai piedi dell'Appennino (Pavullo nel frignano). 


Da ragazzo ho giocato a calcio (nel ruolo di portiere) solo in settori giovanili dilettantistici fino a 17 anni, poi ho esordito in Serie D con la Virtus Pavullese. 


Ho giocato due anni in D poi ho militato tra promozione e prima categoria fino al 2016, successivamente mi sono laureato in Scienze Motorie all'università di Bologna (con una tesi di laurea che analizzava il modello di prestazione del portiere di calcio),   per motivi di lavoro e studio ho smesso di giocare. Ho iniziato così nel 2016 ad allenare. Contemporaneamente iniziai (e da poco ho terminato) un percorso di studi in Osteopatia. Ho iniziato ad allenare in squadre dilettantistiche, sia come collaboratore tecnico, sia come allenatore portieri. 


Fino al 2018 quando sono entrato nel Modena FC. Da allora alleno nel Modena FC, mi occupo di preparazione portieri -settore giovanile professionistico - (categoria U15) e allenatore di gruppi di bambini della scuola calcio dell’Accademy (portieri U12 e piccoli amici)”.





















Il Covid ha stravolto le nostre vite, come ha vissuto questo lungo momento di pausa? Adesso ha ripreso a pieno ritmo la sua attività oppure per quello che riguarda i bambini della scuola calcio Accademy siete in pausa? 

 

Non è stato facile, come credo per la maggior parte delle persone. Ci siamo ritrovati in mezzo a qualcosa che nessuno di noi si sarebbe mai aspettato, diciamo che è stato un periodo che ha cambiato molte cose della mia vita. Personalmente ho cercato di trovare ciò che di positivo ci poteva essere in questa situazione e devo dire che ho riscoperto l’importanza di alcuni aspetti della mia vita. Anche il calcio e lo sport ovviamente ne hanno risentito, soprattutto durante il primo anno di pandemia. Fortunatamente la scorsa stagione con il settore giovanile siamo quasi sempre riusciti a fare attività, seppur non giocando il campionato. Con i bambini dell’Academy abbiamo avuto qualche mese di stop dovuto alle zone rosse, ma ora fortunatamente ci alleniamo e giochiamo regolarmente. La società ha fatto un lavoro fantastico per permettere ai bambini di poter continuare a fare attività negli ultimi mesi. 

 

Quando ha scoperto che il calcio sarebbe diventato la sua più grande passione?

 

Fin da bambino è stato lo sport che più mi appassionava. Andavo agli allenamenti e quando tornavo a casa continuavo a giocare con gli amici in cortile. È una passione che non si è indebolita negli anni, al contrario. Credo che chi ami questo sport, in un modo o nell’altro, lo porti con sé sempre. 

 








I suoi genitori hanno cercato di assecondarla, oppure le hanno detto la classica frase: “...non sarebbe meglio che pensassi allo studio?”

 

I miei genitori mi hanno sempre supportato e incoraggiato in ogni momento, anche quelli più difficili. Ovviamente la scuola è sempre stato un pilastro fondamentale della mia educazione, com’è giusto che sia per ogni ragazzo. Fortunatamente sono sempre riuscito a conciliare il calcio e lo studio, seppur non senza sacrifici. Tornassi indietro, rifarei le stesse cose. 

 

Lei ha giocato in diverse squadre, a quale è rimasto più   legato? 

 

Sicuramente la squadra del mio esordio nel mondo dei grandi in Serie D, la Virtus Pavullese. Sono cresciuto nel loro settore giovanile fino ai Giovanissimi, sono ritornato in Juniores e lo stesso anno ho esordito in prima squadra. Giocare con la squadra della tua città in un campionato così importante è un’emozione forte. Ho tanti amici che hanno fatto parte di quella squadra in quegli anni, abbiamo condiviso momenti indelebili tra i quali ricordiamo sempre un’amichevole contro il Milan di Allegri a Milanello. Anche l’ultima squadra della mia carriera da giocatore è un ricordo speciale, una salvezza che a dicembre sembrava impossibile raggiunta a maggio con una giornata d’anticipo. Una grande emozione. 

 

Oltre al calcio quali altri sport segue con grande interesse? 


Non c’è uno sport in particolare. Dovessi sceglierne alcuni direi sicuramente tennis, pallavolo e i motori. Vivo a pochi chilometri da Maranello, sono cresciuto tifando Ferrari.


Come mai giuoca nel ruolo di portiere? 


Fin da piccolo mi sono trovato a fare il portiere, probabilmente anche un po’ influenzato da mio padre che da ragazzo giocava a calcio nello stesso ruolo. Dico mi sono trovato perché è difficile sapere cosa mi abbia spinto davvero, penso che probabilmente essere un portiere non lo si possa scegliere, lo si sente dentro. È stato un ruolo che mi ha dato tanto crescendo. Chi gioca in porta sa quanto sia difficile farlo, quanto sia un ruolo di responsabilità e di grandi pressioni. Noi non abbiamo la gloria e la sfrontatezza degli attaccanti, abbiamo il sacrificio e la solitudine, forse però è proprio per questo che lo rende un ruolo unico. 







Qual è la principale qualità che deve avere un allenatore? 


Ci sono tante caratteristiche che secondo me un buon allenatore dovrebbe avere: competenza, passione, empatia, resilienza, autorevolezza, apertura mentale. Potrei citarne tante altre ma credo che non esista la formula magica per essere un buon allenatore. Io credo molto nelle persone dietro i ruoli che ricoprono, nelle qualità umane oltre che tecniche, quindi forse per questo ti direi che in primis un buon allenatore dovrebbe essere coerente. Coerente con ciò che dice, coerente con ciò che è lui come persona. Essere se stessi, mostrarsi per ciò che si è veramente è il primo passo per conquistarsi la fiducia di un gruppo. 

 

Per diventare un ottimo allenatore, oltre allo studio e alle varie abilitazioni, quanto è importante aver giocato calcio? 

 

Non è fondamentale averlo fatto ma sicuramente ti può aiutare. Alcuni dettagli, alcune piccole cose riesci a coglierle meglio se fanno parte della tua esperienza personale, del tuo vissuto. Questo tante volte ti da una marcia in più.

 

Ti ispiri a qualche allenatore? 

 

Non c’è un allenatore in particolare. Tanti grandi allenatori moderni diversi tra loro come Ancelotti, Mourinho, Klopp, Guardiola, Conte hanno caratteristiche che per chiunque sarebbero fonte d’ispirazione. 

 










Ci può dire il suo più grande pregio e il suo più grande difetto – in campo calcistico – è ovvio

 

È una domanda a cui dovrebbero rispondere gli altri, non io. Tuttavia credo di essere un allenatore molto empatico, credo che gli insegnamenti vengano recepiti meglio e credo ci sia più disponibilità al sacrificio se dall’altra parte i ragazzi trovano una figura di riferimento che li sappia ascoltare oltre che dirigere. Credo questo possa però anche rappresentare un difetto se non dosato bene, bisogna essere bravi a bilanciare “carota e bastone” per avere la giusta autorevolezza. 

 










Che cosa cerchi di trasmettere?

 

Passione innanzitutto, oltre che conoscenza tecnico tattica. I ragazzi di oggi sono diversi, hanno bisogno di trovare costantemente motivazioni e ispirazioni. Dobbiamo essere per loro un punto di riferimento, un esempio. I ragazzi di oggi tendono spesso ad abbattersi di fronte alle difficoltà o ai fallimenti, personalmente cerco di insegnargli ad essere positivi, a riconoscere ed accettare i fallimenti, trasformarli in opportunità e crescita. Anche per questo cerco di coinvolgerli e farli ragionare molto, c’è una frase di Socrate che mi ha sempre ispirato: “non posso insegnare niente a nessuno, posso solo cercare di farli riflettere”. 

 

Se avesse la possibilità di tornare indietro, cambierebbe qualcosa, oppure è soddisfatto dei traguardi raggiunti?

 

Non cambierei nulla. Nel bene e nel male ciò che sono adesso è il risultato di quello che è stato prima. Se in un determinato momento della mia vita ho preso una decisione è stato perché, probabilmente, era quella che sentivo più giusta in quel momento per me. 

 








Un sogno che vorrebbe che si realizzasse nell’immediato? 

 

Più che un sogno realizzato mi piacerebbe, potessi scegliere, di riuscire a vivere sempre la vita con grande felicità. Nella società di oggi siamo sempre più occupati, stressati, miriamo a raggiungere traguardi e status sociali sempre più alti. Anziché ossessionarci con l’essere persone realizzate, dovremmo preoccuparci di più stare bene con noi stessi.

 

 

 

 

 


 07      11     2021 

 

(Tutti i diritti riservati)  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

domenica 31 ottobre 2021

di PAOLO RADI 

 

 


 

 

 

 

 

 





CONVERSANDO DI CALCIO CON…

     

 



FABRIZIO

QUERCIATI 

 








 

UN UOMO CHE GUARDA AL FUTURO STRIZZANDO L’OCCHIO AL BAMBINO CHE GIOCAVA A PALLONE

 






 

Fabrizio Querciati romano di 41 anni  così si presenta:

 




 

Il calcio è una passione enorme che mi ha tramandato  mio papà, un qualcosa che negli anni mi è entrato sempre più dentro. A casa mia la partita della Roma era un momento sacro. Papà poteva togliere la telecronaca perché era lui a commentare ogni singola azione ed a spingere quella palla.

 

 


 

 

 


Il Covid ha stravolto le nostre vite, come ha vissuto questo lungo momento di pausa? 

 

In questo periodo così difficile io ho sempre lavorato, ero uno di quelli che poteva uscire.

In famiglia abbiamo praticamente preso tutti il covid e, devo dire che, per noi, è stato molto simile ad una influenza.

Aggiungo che il papà di un mio carissimo amico, a 60 anni, ha seriamente rischiato di morire ed è stato circa 3 mesi tra terapia intensiva e reparto.

È una pandemia.

È stato qualcosa di nuovo, ha spaventato tutte le persone che hanno un po' di sale in zucca ed ancora bisogna stare attenti e fare prevenzione, anche se con il vaccino credo si vada verso una soluzione.

Chi ne ha maggiormente sofferto sono i ragazzi, costretti a stare in casa senza sport o senza poter vedere gli amici.

In conclusione l’Italia e gli italiani hanno bisogno di risorgere con positività.

 

 

Quando ha scoperto che il calcio sarebbe diventato la sua più grande passione?

 

 Ho scoperto che il Calcio sarebbe stata la mia più grande passione da subito. Forse dai 3 anni, a me è sempre piaciuto tutto di questo sport.

La magia del pallone può regalare fiducia nella vita.

La forza di un gruppo coeso e forte non ti fa mai sentire solo, ma parte di un ingranaggio che ha bisogno della spinta di tutti per funzionare.

Fin da piccolo era il mio unico svago. Con la mia squadra due allenamenti a settimana più la partita.

Tutti gli altri pomeriggi scendevo nel parco sotto casa e giocavamo dal pomeriggio a sera.

Con i miei amici organizzavamo dei mini tornei con la solita formula che i più grandi o bravi facevano i capitani e sceglievano a turno i compagni.

Meravigliosa.

In età adolescenziale ho lasciato il calcio per qualche anno, ma avevo un computer e giocavo solo ed esclusivamente al calcio e l'ho fatto fino a pochi mesi fa.

Sceglievo una squadra dalle serie minori, compravo e vendevo giocatori e la portavo più su.

Faccio ancora il Fantacalcio con mio fratello ed un gruppo di amici speciali e mi diverto molto.

Sempre con mio fratello abbiamo gestito per molti anni una squadra di calciotto amatoriale, la gestivano con una passione ed una qualità da serie A.

A me il Calcio mi scorre nelle vene come se fosse il sangue che mi tiene in vita.

 

I suoi genitori hanno cercato di assecondarla, oppure le hanno detto la classica frase: “...non sarebbe meglio che pensassi allo studio?”

 

 I miei genitori sono persone speciali, sono genitori che ogni figlio vorrebbe.

Per loro, come per me ora che sono genitore di una bimba di 10 anni, la scuola doveva essere al primo posto.

Per un certo periodo, se ben mi ricordo, mi fu anche vietato di giocare la partita di domenica, questo perché a scuola ho fatto  sempre il minimo indispensabile.

Ricordo una domenica mattina che mio papà era al campo, erano pochi i giocatori disponibili, e chiama a casa, dove io ero in punizione, credo che  in 10 minuti di corsa ero al campo pronto per giocare.

Felice... felice come un bambino.

 

 

Lei attualmente è osservatore del Pescara Calcio.  E' un bel ruolo, Com’è arrivato in questa importante società?

 

Il mio non è stato un percorso classico, né semplice.

Diciamo che ci sono arrivato grazie alla mia perseveranza ed alle mie qualità, poi magari un giorno te lo racconterò nei dettagli.

 

 

Non è certamente semplice fare l’osservatore calcio, bisogna guardare tante partite, osservare più giocatori contemporaneamente, intraprendere lunghi viaggi e poi bisogna tener in conto i fallimenti; lei al giorno quante ore dedica a vedere le partite?

 

Il ruolo dell’Osservatore o Talent Scout , per fare più scena, non è affatto semplice.

Innanzitutto si ha a che fare con dei bambini o dei ragazzi in età adolescenziale e questo già prevede una certa sensibilità nel gestire e ponderare ogni cosa. Ci sono vari modi di svolgere questo lavoro. Non è una questione di ore o partite o viaggi perché, se si ha occhio un giocatore bravo lo vedi subito e non c'è bisogno di andare dall' altra parte del mondo. C'è sempre un dettaglio che fa la differenza.

Una giocata, uno spunto, un guizzo. Il fallimento fa parte del fare. Solo chi fa sbaglia. Posso dirti che io, utilizzo un mio metodo e fino ad oggi, ha funzionato abbastanza bene.

 

 

Perché molti giocatori ripetono la solita frase (quelli che non sono riusciti ad arrivare a certi obiettivi: “Non ho avuto le giuste conoscenze, se le avessi avute sarei arrivato molto più in alto”?

 

Per arrivare a certi livelli, diciamo nel calcio professionistico ci vogliono molte cose, oltre alla fortuna di incontrare la persona giusta. La più importante di tutte è la perseveranza.

Di talentuosi giocatori ne è pieno il mondo, ma ciò che fa la differenza è la determinazione nel raggiungere un obiettivo. Sapersi rialzare e ripartire più forti di prima. Un calciatore per arrivare non deve cercare alibi ,ma strade da percorrere.

 

 

Quando vede giocare un ragazzo che cosa la colpisce di più, oppure che cosa dovrebbe colpirla maggiormente? 

 

Per me la cosa più importante di tutte è la mentalità.

È troppo facile vedere chi tocca bene il pallone, alza la testa, dribbla, corre e tira. Ma la differenza poi la fa solo la mentalità.

Potrei portare tantissimi esempi di giocatori con qualità tecniche di modesto livello che sono arrivati in nazionale perché avevano tutte le altre caratteristiche al top. Damiano Tommasi, per esempio è uno degli esempi migliori che il calcio possa esprimere. Intelligenza tattica, visione, quantità, duttilità etc. Potrei andare avanti per ore, io ho un debole per lui.

 

 

Giocatori che hanno un grande talento e ne possiamo avere anche tanti, se per diversi motivi non riescono a esprimersi in quel provino, in quel caso cosa si può fare, dargli una seconda, una terza possibilità? 

 

Non c'è una regola specifica. Come dicono in tanti il Calcio non è una scienza esatta. Se un ragazzo arriva ad un provino vuol dire che qualcuno ha visto delle qualità A volte può capitare che un alunno faccia un esame e che venga bocciato. Poi lo rifà e prende 30.

 

 

Che rapporti ha con gli allenatori e i presidenti di club? 

 

Io conosco pochi Presidenti, alcuni Direttori di  settore giovanile, alcuni Direttori Sportivi ed alcuni Allenatori.

Ho un ottimo rapporto con tutte le persone che mi piacciono o eventualmente che possono tornarmi utili.

Gli allenatori sono fondamentali nel mio lavoro perché sono coloro che meglio conoscono i ragazzi. Da un punto di vista tecnico, psicologico, familiare e storico. Cerco sempre di conoscere più allenatori possibili e possibilmente bravi. Con loro c'è ovviamente anche una vera e propria collaborazione lavorativa, riconosciuta da una provvigione.

 

 

Successi e delusioni si equivalgono oppure maggiori sono i successi rispetto alle delusioni? 

 

Luciano Spalletti, allenatore del Napoli, ex della Roma, direbbe: "Uomini forti, destini forti".

 

 

Lei adesso ha un  contratto  che la lega al Pescara calcio. Cosa si aspetta  dal lei il Pescara Calcio e cosa si aspetta  da se stesso?

 

Il Pescara Calcio da me si aspetta che segnalo e porto a Pescara i migliori giovani italiani. Coloro che tra 5, 10, 15 anni giocheranno in Serie A e magari in Nazionale. Da me stesso, esattamente ciò che si aspetta il Pescara Calcio.

 

 

Il suo più grande difetto e il suo più grande pregio? 

 

Ho tanti difetti, può chiedere a mia moglie e glieli dice tutti. Sono molto permaloso, a volte perfino polemico e questo credo sia il peggiore. Il mio più grande pregio è senza ombra di dubbio l’altruismo.

 

 

Chi sono i suoi modelli di riferimento? 

 

È una bella domanda. Come osservatore dico una persona speciale che, purtroppo non c'è più, Mino Favini dell’Atalanta.

Come direttore sportivo ne voglio citare tre perché il ruolo di Ds prevede varie componenti. Si pensa spesso solo al calciomercato, ma la cosa fondamentale, a mio avviso, è la gestione della rosa durante tutta la stagione. Walter Sabatini, un genio, Monchi, sa come si vince e Gianluca Petrachi, una determinazione fuori dal normale. Diciamo che un mix di questi tre Professionisti potrebbe avvicinarsi alla perfezione. Io pagherei di tasca mia per farci una chiacchierata.

 

Come Presidenti avrei voluto conoscere Franco Sensi e dico  un personaggio a volte bizzarro, ma molto molto bravo nel suo ruolo con cui ho avuto la fortuna di fare una piacevole chiacchierata un paio di anni fa: Claudio Lotito.

 

 

Oltre al calcio quali altri sport segue con grande interesse? 

 

Io seguo solo il Calcio e lo ammetto, sono una brutta persona, non sono ancora riuscito a vedere una partita intera di calcio femminile, anche se riconosco che il movimento è cresciuto molto e, a volte c'è molta qualità. Per esempio mi piace molto Manuela Giugliano della Roma e della Nazionale.

 


Un giocatore che lei ammira tantissimo e uno che ammira meno? 

 

Damiano Tommasi, mentre quello che ammiro meno, invece è Antonio Cassano.

 

 

Se avesse la possibilità di tornare indietro, cambierebbe qualcosa, oppure è soddisfatto di dove è arrivato sino ad ora? 

 

Ho commesso tanti errori, ma sono soddisfatto della persona che sono e delle qualità ed esperienze acquisite. Rifarei tutto allo stesso modo Non sono soddisfatto di dove sono ora perché sono molto ambizioso e quando avevo 15 anni mi sono fatto una promessa.

 

 

Un sogno per il futuro?

 

Il mio sogno è mantenere la promessa.

 

 

 

 

 A cura di Paolo Radi   

 

 

 01  11         2021 

 

(Tutti i diritti riservati)